LE FOIBE, IL DOLORE, L'ESILIO E LE MEMORIE DIVISE D'EUROPA
A ondate successive, tra il 1943 e la fine degli anni Cinquanta, gran parte della comunità italiana in Istria, a Fiume e in Dalmazia, è costretta ad abbandonare la propria terra.
C’è, in questa tragica pagina di storia, una memoria difficile e complessa, sospesa in un continuo rimando tra l’elaborazione di una memoria pubblica che non c’è sempre stata (e, quando c’è stata, viziata, il più delle volte, da pregiudizi ideologici) e la costruzione di una memoria privata dolente da parte dei profughi, nella rievocazione di uno sradicamento brutale, fisico e culturale.
A ben vedere, c’è in quel confine tormentato tutto il nostro Novecento. Ci sono i nazionalismi e i processi di nazionalizzazione; c’è il trauma della prima guerra mondiale, con la "italianizzazione forzata" imposta dal fascismo alle popolazioni slovene e croate; c’è la brutalità dell’occupazione nazista e fascista della Jugoslavia nel 1941; c’è la tragica lezione della seconda guerra mondiale, una guerra ‘totale’, in cui veniva meno la distinzione tra militari e civili; c’è l’incontro tra violenza e ideologia politica, dove, in un clima torbido e inquietante, si intrecciano il giustizialismo politico e ideologico del movimento partigiano comunista di Tito, il nazionalismo etnico e, soprattutto in Istria e nelle aree interne, la violenza selvaggia tipica delle rivolte contadine; ci sono le violenze contro le popolazioni italiane del settembre del ‘43 e del maggio-giugno del ’45, di cui le migliaia di morti, le foibe, le deportazioni e il clima di terrore, sono il simbolo; c’è la volontà di Tito e del comunismo jugoslavo di annettere l'intera Venezia Giulia, con un’epurazione violenta volta ad eliminare qualsiasi voce di possibile dissenso, contro tutti coloro che si opponevano al comunismo jugoslavo e fossero contrari all’annessione e che spinge all'esodo forzato della quasi totalità degli italiani; ci sono, infine, le logiche della Guerra Fredda e della radicalizzazione dello scontro ideologico.
Il tutto sulla pelle di decine di migliaia di persone. Un vero e proprio tornante di fughe e di espulsioni che, in tutta Europa, si accompagna a una più generale ridefinizione dei confini europei e dei loro significati. Diventa, quindi, sempre più necessario, nell’affrontare questa triste pagina di storia, contestualizzarla con grande rigore, respingere tesi ‘negazioniste’ o ‘riduzioniste’, così come le verità di comodo più o meno finalizzate a uno scorretto uso pubblico della storia.
Va assunto, con onestà intellettuale e in occasione del ‘Giorno del ricordo’, un ruolo attivo nel processo di rivisitazione critica: solo così si possono superare le lacerazioni del passato.
L'Amministrazione Comunale
